LA VITA DI UNA FAMIGLIA CASEARIA NELL’OTTOCENTO La giornata ed i lavori nella fattoria di montagna cominciano molto presto. Appena il gallo canta gli uomini sono già in piedi. La luce e le stagioni dettano il ritmo dei lavori. In malga, il casaro governa gli scotòni (aiutanti) che portano il latte in caliéra ed a slèvare (allevare) il formaggio. La panna, raccolta con la spanaròla si versa nel bùrcio (zangola) che un bòcia (giovane) aziona per un bel po’di tempo; se c’è burrasca anche per tre-quattro ore. Il butièro (burro) che ne esce, fresco e profumato, viene formato con degli stampi. Frattanto, dalla caliéra è uscito il formàio (formaggio), formato in pèsse (forme) strette dentro fassàre (fasce) di legno riposte sul scagno (tavola di legno). Lo scòro (siero), una volta scremato, finisce dentro le mastéle (recipienti) e viene portato al staloto dei masci (porcilaia), animali essenziali nell’economia rurale. Ma non prima di avervi estratto la puìna (ricotta) posta a scolare su di una tòla (tavola) a grata. I vacàri (mandriani) riportano le bestie sui pascoli, badando bene a che non si infilino in qualche dirupo. Ben sa il mandriano che una manciata di sale che porta nel salàro legato alla cintola, gli rinnoverà il favore pacifico di vache (vacche) e di vedéle (vitelle). Più in basso, a metà del monte, l’estate porta le fienagioni. Fare el fén è un lavoro duro, da fare tutto a mano quando l’erba è matura, in fiore ma non ancora secca. Il primo fieno è il madégo (maggéngo), poi l’ardìva (a metà luglio), ed alla fine di Agosto il terzo taglio della tersejìina. Il contadino, presa la falsa (falce), coàro e piantole (attrezzi per affilare), inizia ritmicamente il taglio, fino a quando il giorno si faceva troppo caldo, perché con l’asciugarsi della rugiada la falce scorre a fatica ed a casa c’è ancora tanto, tanto da fare… IL TRASFERIMENTO A ZANE’ NEL 1898 Nel 1898 Giovanni Maria Brazzale acquista a Zanè un ampio appezzamento di terra sul quale insiste una cascina che egli adibisce in parte ad abitazione ed in parte a laboratorio, oltreché a stalla di vacche. Dall'alto del Monte di Calvene Giovanni Maria aveva certamente molte volte avuto modo di osservare la pianura e individuato le aree più favorevoli per clima e centralità. La posizione di Zanè garantisce un clima esente da nebbie, una buona piovosità, una contiguità a Thiene, importante centro di mercato; la vicinanza della roggia garantisce abbondanza di acqua, necessaria alle esigenze dell'allevamento e della attività di produzione del burro. Già negli anni '10 del '900 la ditta disponeva di sistemi per la conservazione del ghiaccio, tanto che lo stesso ospedale di Thiene ne usava per la conservazione di materiali sanitari. Egli aveva ben chiaro che la vicinanza dei mercati di vendita e di nuovi mercati di approvigionamento avrebbe notevolmente contribuito allo sviluppo della propria attività. L'acquisto è fatto per contanti, mettendo sul tavolo un sacchetto di "marenghi" d'oro, frutto dei sacrifici e dei risparmi di una vita. Fedele alla prudenza propria della gente di montagna, consapevole della volubilità della fortuna, non manca di conservare al natio borgo di Calvene una piccola abitazione, al "castello", dalla quale poter eventualmente ricominciare qualora gli affari avessero voltato al peggio. A Zanè la famiglia viene a disporre di un ampio appezzamento di terra che permette di esercitare l’agricoltura ed allevare il bestiame anche grazie alla stalla con porticato ancora oggi visibile, assieme ai silos verticali in cemento per lo stoccaggio dell’erba. L’ampia cascina, oltre ad ospitare la famiglia che si fa sempre più numerosa, permette di esercitare con ben altra dimensione l’attività legata al burro. Negli anni dieci, si comincerà ad usare anche il terreno a nord della casa, dove poi si svilupperà l’industria. Si cominciano ad usare metodi meccanici in alcune fasi, come la zangolatura e l’impacchettamento. Il burro della ditta Valentino Brazzale guadagna apprezzamento e nel 1913 consegue un diploma da parte del Comizio Agrario di Schio. La grande guerra sconvolge l’Italia e, sebbene la vicinanza del fronte non arrechi particolare danno, il maggiore dei fratelli e l’unico maschio in età da lavoro, Pietro(1896), è costretto alle armi, ma riuscirà a sopravvivere alle spaventose vicende del Pasubio, del Carso, di Caporetto e della prigionia in Germania. Della sua drammatica esperienza di bersagliere lascerà un diario commovente dal quale riprendiamo questo passo che narra di una brevissima licenza dall’inferno del Carso ottenuta nell’inverno tra il 1916 ed il 1917: “La tradotta arrivò salii e arrivai a Vicenza alle ore due di notte. Treni per Thiene niente, solo materiali di guerra per tutta la nottata. Bisognava attendere sino al mattino. Ogni arrivo di tradotta i carabinieri facevano servizio e tutti i militari che smontavano venivano chiusi in un recinto in attesa di nuovi controlli ed ordini. Cercai di farla franca, e trovai modo di uscire dalla stazione altrimenti avrei dovuto attendere diverse ore il treno per Thiene. Quando fui all’aperto mi misi in cammino alla volta di casa, senza sentire nessuna fatica, sebbene costretto a pestare una trentina di centimetri di neve caduta durante la notte, tanto era il desiderio di rivedere la famiglia. Alle ore 7 ero a Thiene, pensando di attendere il padre, che si sarebbe recato al mercato, ma prevalse l’ansietà di arrivare a casa, e in mezz’ora ci fui veramente. Quale contentezza essere in famiglia dopo quindici mesi di lontananza, e via dall’inferno Carsico. Per i primi giorni mi sentivo tanto felice accorgendomi però d’essere inebetito, per questo cambiamento d’ambiente. Il fronte mi aveva snervato e consumata tanta giovane energia. Il periodo di licenza lo passai bene, non tenendo conto di un forte raffreddore causato dal cambiamento di clima. Ricordo d’essermi recato a Centrale per salutare una giovine dietro incarico dell’amico Fuga di Arsiero. La licenza termino alla svelta, la guerra continuava ed il fronte mi attendeva. Non trovo parole adatte per descrivere il distacco dalla famiglia, ricordo solo che piangevano tutti. I famigliari cercavano di farmi coraggio, ed io a loro ma nessuno eravamo capaci di trattenere l’angoscia. Salutavo, facevo pochi passi e poi finivo con il ritornare in casa. Mi sentivo un nodo alla gola, mi feci forte presi la bicicletta salii senza più salutare nessuno corsi a Thiene, dove trovai il padre, che mi accompagnò a Vicenza in Collegio Francia al ponte degli Angeli per salutare la sorella Adele per poi essere accompagnato da loro due in stazione. Fui costretto lasciarli quando la tradotta stava per partire, con una angoscia terribile in cuore poiché sentivo d’andare verso il sacrificio, lo spavento, la morte.” E’stato tramandato il ricordo dell’accampamento allestito dagli “inglesi” sui campi confinanti a nord con la proprietà di Zanè, dove si racconta sostò anche il principe ereditario che sarebbe divenuto re d’Inghilterra con il nome di Giorgio V. LA DIFFUSIONE NEL DOPOGUERRA. IL BURRO PRODOTTO PRINCIPE DEI DERIVATI DEL LATTE. Dalle rovine della guerra l’Italia esce devastata moralmente e materialmente. Conosciamo la storia ufficiale di quegli anni, tanto convulsi e difficili da portare il paese all’esperienza del regime fascista. Ogni guerra è però anche motore di evoluzione tecnica e, superata la drammatica fase delle distruzioni, fattore di spinta economica nelle fasi di ricostruzione. La ditta Brazzale, proprio nella prima metà degli anni venti e forte della sua esperienza nel frattempo acquisita compie il passo importante della costruzione di un burrificio industriale, dotato di macchinari specifici: zangole, impastatrici, confezionatrici. Inoltre, fu costruita una cella frigorifera in grado di mantenere il prodotto ad una temperatura sotto lo zero. Lo stesso Ospedale di Thiene, vicino, si serviva spesso di quelle celle, non disponendo di una propria, per ottenere ghiaccio da medicamento e conservare medicinali e sostanze deperibili. Anche molti privati della zona si affacciavano alle celle frigo per avere un po’ di ghiaccio che usavano a lenimento o cura dei più svariati disturbi. I compressori per il freddo facevano allora un gran rumore tanto che Giovanni (n.1903) si vantava di essere sempre riuscito a dormire nella sua camera posta ad essi vicino, semmai si svegliava quando questi interrompevano il funzionamento. Con la costruzione del nuovo burrificio industriale l’attività si sviluppò e furono allargate le vendite a molte regioni fuori dal Veneto, fino a raggiungere la capitale. Gli approvigionamenti continuavano ad essere effettuati tra le latterie della regione, ma il burro arrivava anche dall’estero, con il treno, fin da Odessa nel mar Nero. LA CRISI DEL 1929-1933 La più terribile crisi economica e finanziaria dei tempi moderni non poteva non giungere con i suoi devastanti effetti anche in Italia. In realtà, l’effetto concreto della crisi, nel nostro paese, si ebbe nel 1933 (qualche accenno?). Decine di aziende commerciali ed industriali iniziarono a fallire, trascinandosi l’un l’altra in una catena che non risparmiò nemmeno gli istituti di credito. Grazie ad una previdente ed oculata guida, la ditta Brazzale riuscì a salvarsi. Soltanto due burrifici in tutta Italia riuscirono a sopravvivere alla crisi. LA RIPRESA: NEL1937 NASCE LA S.A.B.A. – BURRO DELLE ALPI. Nel 1937 la ditta prese la nuova veste giuridica di società anonima, equivalente alla odierna società per azioni. La ragione sociale divenne S.A.B.A.- Burro delle Alpi, dove l’acronimo riprendeva le stesse iniziali delle parole “società anonima burro alpi”. La società si costituiva attorno ai fratelli Brazzale Pietro, Giovanni e Gino, ormai quinta generazione, nata a cavallo tra il 1800 ed il 1900. Il libro soci, redatto con una calligrafia artistica, come si usava allora, riporta nel 1942 tra i nomi dei soci anche quello di Gabrielino D’Annunzio, figlio del “Vate”, legato a rapporto di amicizia con Giovanni Brazzale, aduso alle frequentazioni romane in virtù delle attività commerciali che la ditta svolgeva nella capitale. L’inserimento di cotanto socio nella compagine, di fatto regista cinematografico e certo completamente digiuno di ogni nozione relativa ai latticini, sembra più corrispondere ad un gusto “aulico”, tanto in voga durante il ventennio fascista, cui sembra non estraneo nemmeno l’acronimo “SABA”, forse scelto per il suo richiamo alla mitica regina che secondo la tradizione etiope unendosi a Salomone generò Menelik, capostipite degli imperatori etiopi, allusione molto suggestiva in epoca di imprese coloniali. La seconda guerra mondiale e la guerra civile sconvolgono il paese ma il coraggio e la forza d’animo dei fratelli Brazzale permette alla azienda di resistere. Durante la guerra ci si ingegnò di impegnare la forza lavoro in attività di investimento come lo scavo di pozzi per l’attingimento idrico o la costruzione di “bunker” antiaerei ancora visibili oggi nel giardino della vecchia casa. La divisione della pianura padana sulla linea gotica, rese il commercio dei formaggi, specialmente quelli grana, estremamente rischioso. Il coraggio dei titolari e di alcuni intrepidi collaboratori permise di non interrompere gli approvvigionamenti di grana dalle zone emiliane e lombarde, costringendo a viaggi notturni a fari spenti sotto la minaccia del tiro dell’aviazione inglese. L’azienda si trovò così pronta ad inserirsi nel processo di sviluppo che il paese si avviava a conoscere con la ricostruzione ed il successivo “boom” economico. Erano ancora anni duri, ma il progressivo sviluppo economico per la prima volta permetteva ai ceti popolari redditi sufficienti ad una alimentazione più ricca, ed offerse grandi opportunità anche alle imprese lattiero casearie. Il latte, il burro, ed i formaggi erano infatti prodotti molto ambiti in una dieta che cominciava a fiorire dopo ataviche ristrettezze. Lo sviluppo demografico, poi, spingeva una richiesta crescente di grassi animali e di proteine del latte. Finalmente anche i bambini italiani crescevano ben nutriti e la loro statura si elevava. Una tavola ricca di formaggi e burro era diventato il più ambito “status symbol”, prova tangibile di riscatto collettivo e di affrancamento dalla povertà. ANNI ’50: L’AVVIO DELLA PRODUZIONE DEI FORMAGGI GRANA Il cambiamento rese accessibili prodotti fino ad allora “proibitivi” o semplicemente “esotici”. Se il burro si confermava come prodotto nobile del latte, tra gli anni ’40 e ’50 si affermò anche nel triveneto il consumo dei formaggi grana, fino ad allora sconosciuti ai più. Dalla fine degli anni ’30 la S.A.B.A. commercializzava i grana lombardi ed emiliani (lodigiano, piacentino, reggiano, parmigiano) in collaborazione con la ditta Durighello; ma la domanda era talmente forte che Giovanni Maria Brazzale, il fratello dalla personalità più forte e dall’intuizione commerciale più spicccata, avviò una produzione di formaggio grana in quel di Camisano Vicentino, prendendo in affitto la locale latteria cooperativa e volgendo a grana il latte che fino ad allora era destinato alla produzione del formaggio asiago e simili. Fu un atto pionieristico che culminò con l’adesione fin dalla fondazione, al Consorzio di Tutela del Formaggio Grana Padano, che otteneva così una disciplina ed una tutela della denominazione con la legge del 1954. Presto altri caseifici seguirono quell’esempio ed il vicentino divenne una delle provincie più importanti d’Italia nella produzione di quel formaggio. Anche a Zanè, una ala del burrificio viene attrezzata con “doppifondi” per la produzione di formaggio Grana Padano (matricola VI 601), e le saline vengono ricavate il locali di fortuna come le stalle o gli scantinati delle abitazioni private. E pensare che fino a pochi anni prima nessuno lo conosceva, e molti, nelle valli, pensavano che fosse formaggio fatto… con le patate! Il mercato dei formaggi grana era allora fortemente ciclico, in virtù dell’effetto di “ritardo” prodotto dalla necessità di stagionatura tra i quindici ed i ventiquattro mesi (allora si consumava molto più vecchio di oggi). Questa caratteristica conferiva a quel mercato forti opportunità speculative (nel senso della qualità di “vedere in anticipo gli avvenimenti futuri”) , accentuate dalle periodiche svalutazioni della lira contro il marco tedesco, e dalla pratica degli ammassi pubblici. Questi ultimi erano interventi di acquisto di formaggi grana sul mercato che l’AIMA (Azienda per gli Interventi sui Mercati Agricoli) operava sulla spinta di pressioni politiche al fine di contrastare i cali delle quotazioni derivanti dalle crisi cicliche di sovrapproduzione. Tali interventi finivano soltanto per prorogare le crisi e ritardarne la soluzione, ma le rivendite operate dall’AIMA nelle apposite aste offrivano ai commercianti più abili ed oculati opportunità di guadagno. Accanto alla propria produzione, Giovanni Brazzale continuò perciò anche una intensa attività di commercializzazione di prodotto di latterie terze, che stagionava nei magazzini di Zanè. Proprio per questa necessità lo stabilimento di Zanè vide tre successive realizzazioni di appositi magazzini ancora oggi attivi, negli anni ’50 – ’60 – e ’80, giungendo ad una capienza complessiva di circa 80.000 forme. IL NUOVO BURRIFICIO DI ZANE’ Alla fine degli anni ’50, a nord del burrificio storico di inizio secolo, viene realizzato un burrificio che, per dimensioni e tecnologia, è all’avanguardia nazionale. Un grande edificio, luminoso e arioso, dotato di un ampio seminterrato occupato per intero dal magazzino dei formaggi grana, ospita i nuovi impianti per la fusione, pastorizzazione, burrificazione e confezionamento. Di fianco, celle frigorifere in grado si stoccare oltre 10.000 q.li di burro, permettono di gestire al meglio le fasi stagionali di produzione e consumo, consentendo anche delle operazioni di stoccaggio straordinario. Dalla vetrata dell’ attrezzato laboratorio chimico e microbiologico “Tino” Brazzale, laureato in chimica industriale all’università di Padova e il fratello Aldo controllano ogni fase della produzione, coprendo le funzioni che per decenni aveva ricoperto il padre Pietro e mentre il fratello Adriano si occupa del magazzino dei formaggi grana. I cugini Paolo e Valentino, con il padre Gino, spingono invece lo sviluppo aziendale sul fronte commerciale ed amministrativo. La Burro delle Alpi si conferma società leader dl settore e lo stemma a tre punte si difde in tutte le tavole italiane. D’estate, le “porzioni hotel” da 10 e 15 grammi, chiedno lavoro straordinario per soddisfare la domanda del “boom”turistico balneare e montano. La clientela è composta quasi esclusivamente da gossisti, banchisti e bottegai; l’azienda, sviluppa però anche il ramo del “conto-terzismo” cioè della produzione a marchio di terzi, come Invernizzi, Optimum, Ocelli, Mukki, ecc.. La grande distribuzione è ancora nella culla, ma già si intravvedono i segnali di profondi cambiamenti nel mondo del commercio. FINE ANNI ’60: L’ACQUISTO DELLA PROPRIETA’ VIDMAN-REZZONICO DI BEVADORO E LA COSTRUZIONE DEL NUOVO CASEIFICIO DA GRANA CON ALLEVAMENTO SUINO ANNESSO. A metà degli anni sessanta la produzione del Grana Padano, iniziata nel caseificio preso in affitto dalla cooperativa locale degli allevatori, gira a pieno ritmo, arrivando a punte di lavorazione di 1.000 q.li al giorno di latte lavorato. Quando la cooperativa di agricoltori proprietaria del caseificio alza le pretese alla luce del successo commerciale del proprio conduttore, Giovanni Brazzale pensa al grande passo con quel misto di coraggio, razionalità ed intuizione che gli erano propri. Convince i fratelli ad acquistare a Campodoro (PD) in frazione di Bevadoro, ad un passo da Camisano Vicentino, la proprietà agricola della famiglia Tretti (di origini thienesi), sui cui terreni di pertinenza nel 1967 costruisce il più grande e moderno caseificio del tempo per i formaggi grana. Ben 24 doppifondi con relative bacinelle di affioramento per caduta. Accanto al caseificio, viene realizzato in successione un allevamento suinicolo della capacità di 15.000 capi, che vengono ingrassati per la produzione dei prosciutti D.O.P. di San Daniele e Parma, utilizzando al meglio il pregevole siero di latte derivante dalla lavorazione del Grana Padano, secondo un modello di alimentazione che è comune a tutti i caseifici della pianura padana, e che permette di ottenere carni di eccezionale qualità. La proprietà acquistata dai Tretti un tempo fu della famiglia Rezzonico, poi Vidman, quella dell’ultimo papa vescovo di Padova pur veneziano di origine, Clemente XIII, assurto al soglio pontificio dal 1758 al 1769. Si narra che papa Rezzonico fosse addirittura nato in quella proprietà, della cui casa padronale demolita all’inizio del ‘900 si conserva ancora la foto con tanto di stemma papale sul frontone. Nel 1870 Tretti acquista il complesso agroindustriale, di cui fanno parte anche un essiccatoio tabacchi ed un mulino, ancora oggi visibili, e con il nuovo solo affida all’architetto Torres il compito di progettare quella che diventerà l’unica villa “liberty” della campagna veneta, che vetta ancora con la sua mole sull’esotico giardino. LA SELEZIONE DEGLI ANNI ’90 E LA SPECIALIZZAZIONE DEI BURRIFICI. LA TRASFORMAZIONE DA BURRO GREZZO A PANNE. Il 1992 segna per l’Europa una data importante, in quanto quella data viene scelta negli anni ’80 come traguardo per portare a compimento il processo di avvicinamento delle normative degli stati membri nei più svariati settori. Nel mondo lattiero caseario, questa uniformazione riguarda soprattutto gli standard igienico-sanitari degli stabilimenti, il cui innalzamento rende sempre più difficile per i caseifici di conservare al proprio interno un reparto di produzione di burro. La chiusura di molti di quelli determina la necessità per i caseifici di vendere direttamente le panne, senza burrificarle, con un effetto benefico sulla qualità finale del prodotto. Ciò rivoluziona i sistemi di stoccaggio e di trasporto, nonché richiede al burrificio di destinazione di adeguare la sua struttura ad un incremento dell’afflusso della materia prima panna, rispetto al burro grezzo. Per questa ragione, dalla metà degli anni ’90 , il burrificio di Zanè è ampliato nella sua capacità ricettiva e adeguato ad un maggiore utilizzo di panne. Non solo, tutto il processo viene automatizzato e “chiuso”, in modo che il prodotto eviti qualsiasi fonte di inquinamento ambientale, attraverso la realizzazione di un sistema di “pompaggio” del burro dalle burrificatici alle confezionatrici. Contemporaneamente, coloro che sono costretti a chiudere il proprio reparto di burrificio e di impacchettamento burro, per mantenere le vendite di burro a proprio marchio si propongono come clienti del prodotto finito. In tal modo aumenta sempre più il ruolo dei prodotti “a marchio di terzi” nella composizione del fatturato. Il processo descritto, durato un paio di decenni, ha ridotto notevolmente il numero di burrifici sul mercato e determinato una forte specializzazione di questo settore di trasformazione industriale. Nel corso del 2009 la Brazzale ha realizzato la più alta produzione e vendita di burro della sua storia, con un totale di 110.000 q.li, dei quali ben 40.000 oggetto di esportazione. Stando ai dati del primo trimestre nel 2010 le vendite faranno probabilmente segnare un nuovo record, a dimostrazione della vitalità dell’azienda, facendo del burrificio Brazzale un leader nazionale del settore. CADE LA “CORTINA DI FERRO”: LO SVILUPPO IN MORAVIA. Con la dissoluzione del sistema militare ed economico imposto dalla Unione Sovietica ai paesi i cui territori essa aveva “liberato” dall’occupazione nazista nella seconda guerra mondiale, tornano ad aprirsi agli investitori stranieri alcuni stati la cui economia agricola presentava straordinarie qualità sia in termini di patrimonio agrario e zootecnico che di tradizione e cultura dell’allevamento. Fin dall’inizio degli anni ’90 i responsabili della Brazzale compiono numerosi viaggi per meglio conoscere un mondo, quello del cd. ”Patto di Varsavia”, che per oltre 50 anni era rimasto completamente impraticabile e condizionato dal collettivismo. Pur visitando numerosi siti di Polonia, Boemia ed Ungheria, e pur molto motivati in tal senso, non riescono ad individuare subito una regione dove insediarsi per sviluppare un sistema produttivo secondo quello schema tradizionale che già avevano applicato felicemente in Italia. La svolta avviene alla fine degli anni ’90. Da qualche tempo, infatti, la Brazzale aveva intrapreso la commercializzazione di un formaggio grana di produzione ceca, proveniente dalla regione della Moravia. Quel prodotto veniva da un piccolo caseificio che una signora ceca, aveva fondato nel 1996 intenzionata di portarvi la cultura casearia del parmigiano reggiano della sua città d’adozione, Modena.. Essa era emigrata in Italia nel 1968 e poi vi era rimasta a seguito della brutale soppressione della ”primavera di Praga”. L’iniziativa casearia appariva assai “romantica”, non essendo accompagnata da una vera e adeguata esperienza in un settore industriale così difficile. Così, una volta avviata tra mille peripezie l’attività, il 95 % del prodotto risultava di scarsa qualità, portando il caseificio sull’orlo della chiusura, nonostante le ripetute benedizioni che l’arcivescovo di Olomouc impartiva su richiesta della signora Martinu. Invero, alcune rare forme di ogni partita di quel formaggio si dimostravano formidabili per qualità di struttura, colore e sapore. Ritenendo che quei segni rivelassero la presenza di un “tesoro” non ancora scoperto, i responsabili della Brazzale visitarono gli impianti di quella latteria ed i suoi fornitori, traendo la convinzione che una gestione adeguata dei processi produttivi della materia prima e della trasformazione casearia avrebbe permesso di dare al prodotto le eccellenti qualità che fino a quel momento solo poche forme mostravano. La visita alle realtà agricole e zootecniche della regione morava aveva poi convinto di aver finalmente trovato il sito a lungo cercato, considerata la straordinaria potenzialità della economia agricola e zootecnica di quella regione. Oltretutto, la regione della Moravia gode di condizioni molto favorevoli sotto l’aspetto climatico, e la fertile pianura della Hanà, dove si trova Litovel, è ricchissima di acqua. Il clima permette una buona produzione di mais, base essenziale della odierna alimentazione delle bovine da latte. Per gli amministratori della Brazzale non c’era alcun dubbio che quella regione fosse la più indicata per gli sviluppi previsti per i primi decenni del nuovo millennio. Oltretutto, le riforme collettiviste cecoslovacche degli anni ’50 avevano espropriato ed accorpato decine o centinaia di piccole proprietà concentrandole in aziende cooperativistiche di grandi dimensioni, quasi sempre nell’ordine di migliaia di ettari, a differenza di altri stati, come la Polonia, dove anche sotto il regime aveva privilegiato la agricoltura piccolo coltivatrice, presentandosi oggi meno efficiente. Con la caduta del socialismo avvenuta nel 1989, in Cecoslovacchia la proprietà dei terreni fu resa ai proprietari originari i quali, però, senza strutture e macchinari non avevano più alcuna possibilità di coltivare in proprio i fondi, comunque troppo piccoli per giustificare la creazione di nuove aziende di gestione. In questo modo le vecchie cooperative, nel frattempo trasformatesi in società di capitali ad azionariato numeroso (gli stessi proprietari dei terreni), sono rimaste i soggetti esercenti l’attività agricola sugli stessi fondi ora a titolo di affitto dai proprietari restituiti. La conservazione delle grandi dimensioni “collettiviste” hanno permesso a quella economia agraria di ottimizzare i costi, specializzare i reparti con personale altamente qualificato, e variare le colture e gli allevamenti esercitati, mediando le variazioni dei singoli mercati. Nel 2001 la Brazzale sottoscriveva un accordo di “Joint-venture” con i proprietari cechi, assumendo il controllo del caseificio “Orrero” di Litovel, ma chiedendo la permanenza dei soci locali, convinta dell’importanza di mantenere la collaborazione con chi è portatore di una cultura, lingua e sensibilità diversa. Ritenendo che fosse indispensabile precedere la concorrenza sul tempo la Brazzale lanciava un piano di sviluppo a tappe forzate, che portava il caseificio “Orrero” da 8.000 kg.. di latte lavorati al giorno ad oltre 250.000 kg., e da 1.500 mq. a circa 10.000 mq. di impianti coperti. Fino al 2004 la Repubblica Ceca non era parte dell’Unione Europea, perciò la importazione in Italia del prodotto doveva avvenire sulla base di “quote” assegnate dallo stato italiano in virtù di accordi comunitari. Dopo il 2004 la distinzione tra stati membri non esiste più e la simbiosi tra Brazzale e Orrero può svilupparsi senza barriere. Nel 2003 viene compiuto un passo della massima portata innovativa. Ad identificare il formaggio grana prodotto in Orrero, viene creato il marchio “Gran Moravia”, che rappresenta il primo formaggio grana estero commercializzato con un proprio marchio contenente, oltretutto, la chiara indicazione di provenienza geografica. Alla fiera internazionale di Colonia dell’ottobre 2003 la presentazione del marchio suscita un grande scalpore tra gli addetti. Negli anni successivi, l’apprezzamento commerciale è tale da fare del Gran Moravia il formaggio duro più importato in Italia, coprendo circa un terzo delle importazioni italiane, superando francesi e tedeschi, prima protagonisti indisturbati. Oggi, i volumi di Gran Moravia prodotto fanno del caseificio di Litovel il più grande produttore mondiale di formaggio grana realizzato con metodi tradizionali in singolo caseificio. |
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